Dottor Ilario De Gaetanis Psicologo Psicoterapeuta

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Disturbi del Comportamento Alimentare

Disturbi del comportamento alimentare

I disturbi del comportamento alimentare (anoressia e bulimia i più diffusi) sono oggi considerati come un unico fenomeno, seguendo l’impostazione che riconduce i diversi disturbi ad uno stesso stile relazionale e ad organizzazioni di personalità molto simili con delle distinzioni tra anoressia e bulimia da un lato e obesità dall’altro.

I disturbi del comportamento alimentare sono dei fenomeni complessi e per capirli e necessario affrontarli a diversi livelli, da quello sociale a quello individuale e intrapsichico.

A livello sociale il fenomeno ha uno sviluppo relativamente recente ed è connesso a componenti di tipo socio-culturale tipiche della nostra società occidentale come il cambiamento del ruolo della donna, l’importanza dell’immagine nel presentarsi come bella ed efficiente, la maggiore importanza che viene attribuita all’essere un buon genitore.

Al livello familiare e a quello individuale possiamo individuare delle caratteristiche comuni desunte dall’esperienza clinica di terapia individuale e familiare. Vengono fuori delle categorie che possono dare un idea del fenomeno anche se non possono essere esaustive rispetto alle peculiarità delle storie di ogni persona.

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ANORESSICHE E BULIMICHE

AnoressiaI vissuti intrapsichici sono dominati da un bisogno costante di “controllo” dei propri spazi interni, fino alla decisione di non assimilare alcun elemento esterno, per un’esigenza profonda di delimitare confini dell’Io, evidentemente percepiti come troppo fragili e insicuri.

La sensazione più o meno consapevole di essere strumento di “giochi familiari” più che persona che ha un valore di sé, sembra significativamente collegarsi a quei sentimenti spesso segreti di incapacità e di inadeguatezza. Presentano sentimenti di insicurezza circa l’identità e le scelte, spesso mascherati da una apparente efficienza, di cui la distorsione dell’immagine corporea non è che un aspetto.

Il sé viene definito dalla relazione per cui non si accetta la definizione di perdente ma non si può rinunciare all’altro per definirsi, così la sconfitta viene ridefinita in termini di sacrificio. Hanno una forte sensibilità verso le critiche e un forte senso di inconsistenza nel caso di perdita di relazioni significative.

Le modalità privilegiate di relazionarsi oscillano tra l’adeguarsi, in particolare per anoressiche e bulimiche (conformismo per ottenere conferme e apprezzamenti, attive e determinate in adolescenza competono con gli adulti) e l’opporsi, per obesi, (critica degli altri se visti come superiori, in adolescenza il dissenso diventa ribellione, immagine di sé negativa).

Le anoressiche si presentano in terapia determinate e controllate, spesso dicono di stare benissimo mentre i familiari sono preoccupati e denunciano un evidente mutamento del carattere, tutta l’attenzione della famiglia è concentrata sulla malata.

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FAMIGLIE CON DISTURBI ALIMENTARI

La famiglia con disturbi alimentari si presenta fortemente invischiata con un ipercoinvolgimento dei familiari tra loro e una marcata labilità di confini tra gli individui e i sottosistemi generazionali, che rende possibile una continua intrusione negli “spazi” fisici e soprattutto psicoemotivi. Tale aspetto determina difficoltà inevitabili nei processi di individuazione e differenziazione.

Le dinamiche relazionali nella coppia genitoriale sono spesso improntate sul confronto o sulla competizione che richiama la semantica vincente versus perdente. Dinamiche che di solito non sfociano in un conflitto aperto ma lasciano intuire una reciproca frustrazione per la relazione e una svalutazione dell’altro. Nessuno dei partner due accetta la definizione dell’altro con una frequenza elevatissima di rifiuti e disconferme dei messaggi dell’altro. C’è evitamento del conflitto, non nel senso di assenza di conflittualità ma di non dare al conflitto visibilità e soluzioni che favoriscano i processi di differenziazione, con una enorme preoccupazione nel mantenere la pace. C’è una profonda delusione reciproca, spesso nascosta, entrambi tendono a fare la vittima e a colpevolizzare l’altro. Si può arrivare ad un’escalation sacrificale: chi si sacrifica di più vince.

La persona con il disturbo è coinvolta ed è di fondamentale importanza nella regolazione di questa dinamica al punto che è il disturbo stesso ad avere il potere di regolare le relazioni. Non c’è una vera leadership, che è della malattia, nessuno si assume colpe e responsabilità e si fa fatica a prendere decisioni.

I rapporti si presentano come instabili e non definiti e rimandano a delle identità instabili e poco differenziate perché le differenze scatenano escalation così vengono ostacolate le specificità individuali che minacciano la coesione e l’unità della famiglia.

Il mito di queste famiglie è quello della famiglia unità in cui ognuno fa le cose, e si sacrifica per gli altri. L’unità familiare, come valore supremo da tutelare ad ogni costo, miti coesivi rigidi, che spesso si accompagnano, specularmente ai “fantasmi di rottura”, cioè a timori che ogni movimento di autonomia o di distacco, ogni istanza di crescita o di separazione, possa rappresentare una disgregazione catastrofica dell’unità familiare, piuttosto che una trasformazione evolutiva dei legami affettivi.

La impossibilità di esplicitare e di risolvere il conflitto riflette i timori profondi di rottura e di perdita irreversibile, che blocca i processi di dífferenziazione.

Si viene a generare un blocco evolutivo del sistema, in cui l’angoscia di separazione e di perdita sembra impedire ogni processo di trasformazione, congelando la famiglia in una sorta di mitico “arresto del tempo”, “Esperienza del tempo sospeso”. Prevale l’ambivalenza: paladina della trasgressione del mito perché il suo “sciopero della fame mascherato”, è una protesta clamorosa anche se implicita; paladina della tutela del mito, in cui i “vincoli invisibili di lealtà” fanno prevalere le valenze regressive e protettive.

Il disturbo alimentare appare come un’estrema protesta nel tentativo sofferto, spesso disperato, di differenziazione, ma rimane protesta muta, confinata nella sfera dell’implicito, del non-detto. L’anoressica è costretta a conformarsi a un linguaggio familiare, che censura e interdice l’esplicitazione di ogni conflittualità. Il sintomo anoressico ci appare così in tutta la sua paradossale ambivalenza: tentativo dolente e spesso clamoroso di introdurre tensioni conflittuali e provocatorie e elemento fondamentale nel mantenere l’omeostasi familiare. Il sintomo diventa un modo di comunicare, ed il suo significato dipende dal contesto comunicativo nel quale si manifesta e dalle regole familiari. Non ci sarà più, quindi, un individuo sintomatico, ma un intero sistema sintomatico.

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Terapia

Dal punto di vista terapeutico risultano molto efficaci le terapie familiari e le terapie individuali con un approccio strategico.

Nella terapia familiare il terapeuta ha il compito di riformulare il sistema familiare, ed è attivamente coinvolto come agente del rinnovamento mediante l’uso di tecniche atte a provocare crisi e tali da scuotere il sistema e costringerlo a cercare un nuovo equilibrio strutturale, più salutare.

In questo caso le finalità della terapia familiare sono quelle di:

  • individuare e rafforzare l’autonomia dei singoli membri e dei sottosistemi;

  • riconoscere, esprimere e risolvere i conflitti latenti evitando lo stress emotivo legato alla tendenza ad evitare le tensioni e a spostarle sul paziente;

  • stimolare e valorizzare ogni potenzialità di cambiamento, di evoluzione e di crescita della famiglia.

Nella Terapia individuale alcuni degli obbiettivi sono: sottolineare la sua sofferenza personale, far diventare la paziente protagonista delle vicende familiari, comprensione delle dinamiche, farle fare una critica esplicita e costruttiva ai familiari, combattere il suo senso di disvalore, far passare i fratelli da un atteggiamento competitivo a solidale.

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BIBLIOGRAFIA

 M.Selvini Palazzoni, S.Cirillo, A.M. Sorrentino, Ragazze anoressiche e bulimiche, Raffaello Cortina, 1998.

M.Selvini Palazzoni, S.Cirillo, M.Selvini, A.M. Sorrentino, I giochi psicotici nella famiglia, Raffaello Cortina, 1998.

S. Minuchin, L. B. Rosman, L. Baker, Famiglie psicosomatiche, Astrolabio, 1980.

S. Minuchin, H.Charles Fishman, Guida alle tecniche della terapia della famiglia, Astrolabio, 1982.

V. Ugazio, Storie permesse e proibite, Bollati Boringhieri, 1998.

De Pascale A. “I disturbi alimentari psicogeni”, in Malagoli Togliatti, Telfener, (a cura di) “Dall’individuo al sistema”, Bollati Boringhieri, 1991.

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